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 Alessandro De Rose, la “sana paura” del Cliff Diving – L’INTERVISTA

Alessandro De Rose, la “sana paura” del Cliff Diving – L’INTERVISTA

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Attimi che mettono i brividi. Un “salto nel vuoto” dai 27 metri, per raggiungere gli 85 km/h prima di impattare con l’acqua. Possibilità di errori: zero. Il Cliff Diving è una delle attività sportive più emozionanti, spettacolari e pericolose. Solo in pochi possono scegliere questa disciplina che ogni anno vede i protagonisti dei tuffi dalle grandi altezze cimentarsi in evoluzioni mozzafiato, che lasciano senza respiro. Qualche secondo, poi l’ingresso in mare, e le urla degli spettatori: un misto di felicità e sollievo nel vedere che l’atleta sta bene. È tutto ok. È un punto in comune con gli atleti: la paura. La stessa che ammette di provare Alessandro De Rose, 26enne cosentino, vincitore della tappa pugliese del Red Bull Cliff Diving del 2017.

Alessandro, non la spaventa tuffarsi dai 27 metri? E c’è qualcosa di cui ha paura?
Anche se mi esercito di continuo per i tuffi che devo eseguire, ogni volta che mi ritrovo sulla piattaforma, a un’altezza così elevata, la paura in qualche modo mi accompagna. Sicuramente è una paura sana, perché mi rende cosciente di cosa sto per fare, però è pur sempre paura. Oltre a questo credo di avere tante altre paure più “comuni”, come ad esempio guidare nella notte, quando c’è poca visibilità. Un’altra cosa che mi terrorizza sono le meduse”.

Cosa spinge un uomo ad appassionarsi ai tuffi dalle grandi altezze?
La mia in realtà è nata per caso, perché inizialmente non conoscevo la disciplina sportiva del Cliff Diving. Quando a 17 anni mi sono trasferito a Roma per lavorare in un parco acquatico sono venuto a conoscenza di questo mondo e ho finalmente scoperto le grandi altezze. Appena ho iniziato a tuffarmi da un po’ più in alto (inizialmente da 20 metri) ho subito percepito una sensazione incredibile. È proprio ciò che si prova in aria, nei pochi secondi di caduta libera, che mi spinge ad andare avanti: un’emozione indescrivibile che non riesco a trovare in nessun altro sport o esperienza di vita. È come volare, per me”.

Cosa c’era in quell’urlo dopo la vittoria a Polignano a Mare di due anni fa? Quel primo posto come ha cambiato la sua vita?
Era solo un grande ‘Siiiiiiii!’. Dentro a quelle urla però c’era praticamente tutta la mia vita, perché in quel momento ho pensato a tutti i sacrifici che ho fatto per continuare a tuffarmi, per provare a fare ciò che amo. Soprattutto è stato un urlo liberatorio, perché per riuscire ad arrivare a Polignano quell’anno mi sono allenato tantissimo e al tempo stesso ho continuato a lavorare, approfittando anche delle più piccole pause dal lavoro per esercitarmi. Oltretutto la piscina di Trieste era chiusa in quel periodo, quindi per allenarmi dovevo spostarmi in treno facendo un’ora di viaggio all’andata e una al ritorno. L’urlo di Polignano quindi è stato una vera liberazione, ed è servito anche a me per fare uscire tutta la fatica fatta fino a quel momento e gli anni di sacrifici che sono serviti per raggiungere il traguardo. Ovviamente per chi fa sport i sacrifici non finiscono mai, sono una costante per un atleta, ma in quel momento mi sono sentito ripagato per tutto ciò che avevo fatto”.

Non ha mai nascosto la sua infanzia difficile. La forza, la determinazione per eccellere in questo sport, da dove derivano?
Forza e determinazione sono parte della mia indole, che deriva un po’ anche delle mie origini: come tutti i buoni calabresi anche io sono una persona molto testarda e orgogliosa. Oltre a questo sono stati fondamentali i valori con cui sono cresciuto, trasmessi da mio padre e mia madre. Mi hanno insegnato a non lasciare a metà le cose iniziate, e a impegnarmi al massimo per portare a termine gli obiettivi e ottenere i risultati sperati. Ho sempre inseguito i miei sogni e i miei genitori mi hanno sempre invogliato a farlo. Credo che quindi l’educazione ricevuta da mamma e papà sia stata davvero fondamentale”.

Quel vecchio tatuaggio, “vendetta”, impresso sulla sua pelle, cosa significava?
Un errore di gioventù dovuto alla perdita di mio padre e di conseguenza a un momento difficile della mia vita. Ma l’ho cancellato. Non era “vendetta” ciò che volevo imprimere sulla mia pelle, perché quello che ricercavo veramente era un riscatto. Una rivincita contro una vita che fino a quel momento era stata un po’ crudele con me. Contro una natura che si era divertita a levarmi una sicurezza, un caposaldo della mia vita. “Vendetta” fu la parola sbagliata da tatuare, perché ciò che desideravo più di tutto era rivincita: dimostrare alle persone che non credevano in me in quel periodo che Alessandro De Rose non era solo un ragazzo sperduto, ma aveva un valore da far conoscere al mondo”.

Come si svolge la giornata di Alessandro, l’atleta?
È davvero molto intensa. Mi sveglio ogni mattina alle 8, faccio colazione e per le 8.30 sono già nella palestra della piscina, dove svolgo il mio programma di allenamento con i pesi fino alle 10.30-11.00. Dopodiché mi alleno in acqua fino alle 12.30, torno a casa per una piccola pausa pranzo e dalle 14.30 alle 16.30 sono di nuovo in piscina. Se ho qualche problema fisico verso le 17 vado dal fisioterapista e concludo la giornata facendo anche delle lezioni di tappeto elastico, disciplina molto simile alla mia, dalle 18 alle 20. Quando torno a casa sono davvero esausto e mi butto nel letto cercando di riposarmi il più possibile”.

Il 2 giugno si torna a Polignano. Cosa pensa, esattamente, quando è sul trampolino e mancano pochi attimi al tuffo?
Per me è sempre un bel momento dell’anno, perché a Polignano ho tantissimi bei ricordi, legati anche alla vittoria ottenuta nel 2017. Quando torno lì mi sento a casa: so che il pubblico è lì con me e sta facendo il tifo per me, e questo mi carica tantissimo. Prima del tuffo sento un vero turbinio di emozioni fatto di tanta concentrazione e anche un po’ di paura. In realtà, però, quando sono sulla piattaforma mi annullo completamente e tutto ciò che c’è intorno a me scompare: esistiamo solo io e il mio corpo. Poi cerco di ascoltare il ritmo del mio corpo per tentare di eseguire il tuffo nella migliore maniera possibile”.

Quali sono i progetti per il futuro? Cosa le piacerebbe fare “da grande”?
Sicuramente il mio primo passo è il matrimonio, e infatti a settembre sposerò la mia fidanzata Nicole, ed è questo il più grande progetto che abbiamo in mente per quest’anno. Per il resto mi piacerebbe fare tante cose, magari rimanendo in ambito sportivo. Fra queste senz’altro vorrei provare a regalare a qualche ragazzo più giovane il desiderio di incominciare questa meravigliosa disciplina. L’idea di aiutare anche ragazzi fragili o in difficoltà attraverso i tuffi e lo sport sarebbe senz’altro una grande conquista per me.
Non nascondo però che uno dei miei più grandi sogni sarebbe lavorare per i vigili del fuoco. In generale nel mio futuro vorrei cercare di aiutare le persone che hanno avuto un trascorso simile al mio, o un passato difficile, per far capire loro che non sono sole e che ci sono tante persone che possono comprenderle”.